ROMA
- I modem erano lentissimi: 300 o 1200 bps nel
migliore dei casi. Camminavano così piano che
vedevi le parole comporsi sullo schermo via via
che gli altri digitavano la frase. Lo schermo era
nero, naturalmente, con i caratteri verdolini o
ambra, un oscuro quadrato che invitava a
perdercisi dentro, ad immergersi totalmente in
quella nuova, strana avventura che era il chat
alla fine degli anni Ottanta. "Chat",
ci avevano spiegato gli amici smanettoni, era la
parola inglese che descriveva le chiacchiere
senza impegno, e quando queste chiacchiere le si
andava a fare con ignoti interlocutori collegando
telefono e computer, allora si diceva "fare
un chat". Così, al maschile: "il"
chat. Non come adesso, che per una strana catena
di eventi ha preso il femminile delle chat-line
erotiche. I pionieri della telematica italiana, i
carbonari dell'interfaccia testuale, li riconosci
anche da questo: noi continuiamo a chiamarlo
"il chat", questo luogo virtuale
scoperto e amato quando di virtualità i
sociologi non si impicciavano ancora. E che a
noi, "i vecchi", ha iniziato a cambiare
la vita dieci anni fa.
Andavamo a farlo, il chat, in posti inverosimili.
Di Internet neanche a parlarne; al di fuori delle
università, i telematici della preistoria
frequentavano le Bbs, i Bullettin board system
(che in italiano presero il femminile, chissà
perché), parole non ancora in tempo reale. Oggi
alcune di esse sono diventate importanti
provider, ma fino al 1989-90 si trattava in
genere di uno o due computer con quattro modem e
un telefono, centri di connessione disperatamente
locali, gestiti da appassionati per appassionati.
Il web, poi, era ancora nella mente di Berners
Lee e la sola idea di trasmettere immagini
suonava pericolosamente avventurista. La voglia
di allargare i collegamenti però era già forte.
E allora, per aggirare i costi di interurbane ed
internazionali, si usava una rete a commutazione
a pagamento, una specie di piccola, costosissima
Internet, il cui ramo italiano si chiamava
Itapac. Ci si arrivava attraverso numeri
telefonici speciali, con specialissime password
di cui esisteva un intenso traffico segreto e un
diffuso utilizzo illegale.
Armati di questi incerti strumenti, negli anni
Ottanta gli esploratori italiani delle autostrade
dell'informazione si inerpicavano per sentieri
tortuosissimi. Le coordinate te le mandavano per
posta elettronica. "Hai mai fatto un
chat?". "E che è?". "Ora ti
spiego". Ed ecco che per chattare, agli
inizi, ci si spostava in Francia e Germania.
Altos e QSD, si chiamavano così i primi chat,
macchine Unix dove qualche ignoto benefattore
aveva aperto un canale di comunicazione dentro
cui perdere la testa, le nottate e spesso anche
il cuore. Erano chat rigorosamente anonimi, ma
gli italiani si riconoscevano all'istante e si
conoscevano tutti, si faceva a gara per restare
in incognito il più a lungo possibile prima di
farti scoprire dagli amici. Amici, infatti, si
diventava subito.
O anche nemici, ma comunque terribilmente,
irrevocabilmente intimi. Non sapevamo, ancora,
che il chat ci avrebbe spalancato un intero
universo di nuovi rapporti affettivi. Che una
manciata di caratteri sul monitor ci avrebbe
agganciato per notti e notti, e poi per mesi e
magari per anni, trasformando perfetti
sconosciuti in confidenti, avversari o amanti.
Senza guida, senza cautela, e senza il minimo
sospetto di essere l'avanguardia di un fenomeno
che avrebbe coinvolto milioni di persone, si
avanzava alla cieca, sperimentando sulla nostra
pelle le accelerazioni potentissime, e non sempre
gradevoli, della comunicazione telematica.
Secondo la memoria di chi scrive, il primo
"bimbo telematico" italiano, figlio di
una ragazza di Genova e un ragazzo di Roma
incontratisi in chat, ha compiuto da poco gli
otto anni. Perché dai chat alla realtà, dalle
chiacchiere via modem all'incontro personale
dieci anni fa il passo era breve, assai più di
oggi, grazie al ridottissimo numero dei
telematici e al fatto che, per lo più, si
"chattava" senza muoversi dalla tariffa
urbana e quindi dalla propria città. Nel 1989,
la grande stagione italiana del chat fu aperta a
Roma da due Bbs "storiche", McLink e
Agorà. Ma i frequentatori di McLink, fondata nei
primissimi anni Ottanta, organizzavano da tempo
serate di incontri, per partecipare alle quali si
spostava gente da tutta Italia. Così, quando
partirono i chat, esisteva già una rete forte di
rapporti, costruita su aree di dibattito che si
chiamavano "Bacheca",
"Eccetera" o "Single", dove
(ma non lo sapevamo) avevamo fatto le prove
generali di comunicazione virtuale in tempo
reale.
Chi erano, i chattanti d'antan? Non credete a chi
descrive un manipolo di adolescenti col pallino
dell'hackeraggio. Hacker e smanettoni c'erano, ma
non rappresentavano la maggioranza. Gli studenti
erano molti, ma c'erano anche professionisti e
impiegati, e l'età media non era molto bassa,
dato che i costi delle attrezzature e la
scarsissima diffusione dei computer selezionavano
implacabilmente. C'era il commercialista e il
giovane dentista, c'erano i rockettari e i
fanatici di arti marziali. C'era qualche
giornalista e un paio di aspiranti architetti e
c'erano un padre e una figlia che si collegavano
dalla stessa casa, ma in due diverse stanze e con
due computer diversi. E c'era persino un frate,
Giorgio Banaudi, a cui si deve la prima guida
alla telematica mai pubblicata in Italia. Girò
anche qualche personaggio famoso: Veltroni,
quando era direttore dell'Unità, di tanto
in tanto si affacciava nel chat di McLink e
capitava di sentirlo (pardon, leggerlo) che
discuteva di calcio.
Le donne, ragazze o già signore che fossimo,
erano pochine, e non ci mettemmo molto a scoprire
che bastava affacciarsi in chat con un nome
femminile per esser bersagliate da spasimanti
telematici. Fu anche per questo che, dopo un bel
po' di dibattito a favore o contro l'anonimato,
sia McLink che Agorà inserirono meccanismi che
permettevano di risalire al nome vero di chi
parlava nei chat. In questo modo, i gestori delle
Bbs speravano anche di moderare le polemiche, che
si rivelarono fin dall'inizio la faccia oscura
della telematica. I pionieri, infatti, amavano
parecchio, ma soprattutto litigavano: in entrambi
i casi, con irrefrenabile passione. Vi furono
controversie memorabili, alterchi che si
prolungavano per intere nottate, e se talvolta se
ne usciva illesi ci sono state anche vicende da
dimenticare. Colpa dei limiti della comunicazione
online, della nostra inesperienza, ma anche,
forse, di una claustrofobia strisciante che
rischiava di trasformare gli eroici esploratori
del cyberspazio in un drappello di dissennati. A
salvarci arrivò Internet. Tra lo schermo a
colori, le tentazioni del web e l'infinità
possibilità di collegamento che ci si apriva
davanti, un po' alla volta ci siamo dispersi nei
meandri della Rete, conservando, di quei primi
chat, ricordi intensi e agrodolci. Ma soprattutto
conservando ancora oggi alcuni dei rapporti e
degli affetti nati allora. Relazioni ricche e
concrete, tutt'altro che virtuali, passate dalla
telematica alla realtà quotidiana. Perché a
molti di noi il modem ha davvero cambiato la
vita.
(10 ottobre 1998)
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Il nuovo
fenomeno delle web chat
Scorribande
notturne
Dall'anonimato
alla chat-pizza
Web chat
Irc e Icq
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